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Cos’è l’upcycling e perchè rappresenta il futuro della moda

Ciao Alleria Family!

Ormai da qualche anno a farsi sempre più spazio nel mondo della moda è l’upcycling, ma di cosa stiamo parlando esattamente?

Cerchiamo tutti, a modo nostro, di essere più consapevoli e rispettosi dell’ambiente, questo anche quando si parla di marchi che scegliamo e prodotti che acquistiamo. Fortunatamente, molte aziende – dall’abbigliamento al beauty – offrono svariati articoli che rispecchiano i valori etici e, se l’argomento principale riguarda la sostenibilità, forse è il momento di parlare di upcycling.

Possiamo riassumere brevemente l’upcycling identificandolo come una pratica creativa per dare nuova vita a tessuti e a capi già esistenti. Parliamo di un metodo di realizzazione di capi che non può essere classificato come trend, in quanto sempre esistito, sia tra privati appassionati di fai da te sia tra grandi designer.

L’upcycling nella moda non nasce soltanto dalle esigenze delle classi meno abbienti – ma esiste da sempre anche nel lusso. Gli studiosi hanno ampiamente documentato l’abitudine delle clienti della haute couture ottocentesca di trasformare e riutilizzare i materiali dei loro costosi abiti per farli durare decenni: alla corte della regina Vittoria, trasformare e ritrasformare abiti era una questione d’abitudine anche per una donna come la principessa Alessandra di Danimarca, nuora della regina, che chiedeva alla couturier inglese Elise Kreutzer continue metamorfosi dei propri abiti.

Il padre della moderna couture, Frederick Worth, si occupava anche di rimodellare le sue vecchie creazioni in nuovi capi nella stessa epoca.

Nel mondo della moda le subculture giovanili degli anni ’80 iniziavano a sperimentare con il riutilizzo creativo dei tessuti: i punk inglesi furono forse i primissimi a riadattare vecchi abiti ai gusti moderni, specialmente i jeans, trasformando l’umile spilla da balia, utilizzata per tenere insieme i diversi pezzi uniti insieme, in un simbolo di ribellione e anarchia.

Negli anni 2000, Martin Margiela rivoluzionava l’idea stessa di couture con le collezioni Artisanal del suo brand, i cui abiti erano ricomposti a partire da piumini, guanti da baseball e persino pezzi di ceramica.

E’ necessario però, comprendere la differenza tra upcycling e recycling. Perché no, non sono sinonimi. La traduzione che più si avvicina di upcycling è riuso creativo, ovvero che l’oggetto scartato non trova solo nuova vita, ma lo fa con un plus: acquisire un maggior valore rispetto all’oggetto o al materiale originario.

«A differenza del riciclo (re-cycling), in cui si riporta indietro un materiale nel suo ciclo di vita alle proprietà originarie, l’up-cycling lo valorizza grazie a un design intelligente che lo rende più interessante a livello economico, estetico ed emotivo». Così spiega il designer Max McMurdo nel suo manuale UPCYCLING, ovvero l’arte del recupero ricco di idee originali.

Il fine ultimo dell’upcycling è quello di creare nuovi oggetti attraverso materiali di scarto, tessuti e oggetti destinati ad essere buttati, magari di funzionalità differenti, ma che grazie a una nuova vita acquisiscono un valore maggiore rispetto all’origine. L’upcycling, quindi, sfrutta prodotti e tessuti così come sono, puntando su un “riuso creativo”, di conseguenza, se parliamo di upcycling un articolo richiederà meno acqua, energia e materie prime per la produzione.

Un’altra differenza sta anche nel fatto che gli articoli upcycled non sempre possono essere realizzati in serie, dato che con i materiali a disposizione potrebbero nascere pochi prodotti, se non addirittura uno soltanto.

Come la maggior parte delle cose che sono venute alla ribalta di recente, l’upcycling si è imposto nella cultura mainstream.

E per alcuni, questo non è più solo un hobby, ma una carriera a tutti gli effetti: Nicole McLaughlin

, designer di New York, ha rapidamente attirato l’attenzione su Instagram trasformando oggetti di uso quotidiano in capi streetwear, convertendo vecchi prodotti in oggetti unici nel loro genere e aumentando la consapevolezza sui rifiuti e sulla sostenibilità nella moda.

Anche i grandi nomi stanno optando per l’innovazione: Anche Margiela, Loewe, Miu Miu, Acne Studio, Our Legacy, DROMe, Stüssy e Levi’s sono tra i più noti marchi di moda che hanno presentato diverse collezioni e capsule upcycled nell’arco degli ultimi due anni. Prada ha lanciato la sua collezione Re-Nylon, Maison Margiela ha dato vita a Recicla – una sub-label basata sul restauro di articoli provenienti dal passato – e Marine Serre anche nell’ultima collezione per l’autunno inverno 2022 ha portato avanti il suo operato volto alla sensibilizzazione. La primavera estate 2021 di Balenciaga è stata creata per il 93,5% con materiali a tinta unita certificati come sostenibili o upcycled.

Un’altra collezione di Mio Mio , invece, ha dato nuova vita al denim di Levi’s: una selezione di pezzi classici è stata rimodellata dal brand milanese, vista attraverso l’occhio anticonformista e decisamente giocoso del marchio. Questa è una strategia interessante che combina la reputazione di entrambi i marchi e i loro valori condivisi, celebrando al contempo capi iconici e creando qualcosa di nuovo e unico.

 

Fare upcycling nel 2021 è una delle soluzioni immediate che i brand hanno a disposizione. Cogliere ciò che di buono già esiste per crearne di nuovo: solo così la moda rallenta la produzione di nuovi pezzi, riutilizza e ricicla materia prima in nome di una vera e propria economia industriale circolare dove anche noi possiamo prendere parte in questo circuito virtuoso.

Quindi, mi raccomando, pensate green!

キス Kisu!

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